La presentazione del 25 novembre, che si è tenuta a Pescia nei locali della centralina ortofrutticola della Cooperativa Il Chiarone, è stata un’occasione preziosa per un confronto tra l’intera filiera di produzione, (vivaisti, agronomi, agricoltori e cooperative) e i ricercatori del Crea impegnati da un anno in EcoDif, il progetto che cerca una strada più sostenibile per l’agricoltura intensiva.

La sperimentazione ha assunto come caso studio la coltivazione del Melone dell’Alto Lazio, un settore di grande importanza per l’intero comparto agricolo regionale in particolare della provincia di Viterbo; la produzione del melone interessa nel Lazio una superficie di circa 935 ettari di cui 600 circa si trovano nel viterbese (Fonte ISTAT, 2014).

L’elevata specializzazione delle coltivazioni se da un lato garantisce un’elevata standardizzazione del prodotto dall’altro impoverisce il terreno che è alla base della produzione alimentare. Questo impoverimento determina nelle coltivazioni le condizioni ideali per lo sviluppo di malattie (fusariosi vascolari, Cannonballus, detto anche collasso e l’oidio) che hanno come conseguenza l’utilizzo di sostanze altamente nocive per l’ambiente.

Articolazione del progetto EcoDif

Il Progetto EcoDif si propone lo sviluppo di tecniche agricole che contribuiscono ad un migliore utilizzo delle risorse naturali (suolo, acqua, aria) ma anche ad una migliore qualità del prodotto che finirà sulle tavole dei consumatori, tenendo presenti le esigenze dei coltivatori che devono mantenere standard quantitativi tali da soddisfare le richieste della Grande Distribuzione Organizzata.

Le buone pratiche EcoDif

  • Studio del microbiota del terreno: da un’analisi dell’e(environmental)-dna, si può capire lo stato di salute del suolo, quali microrganismi benefici o patogeni lo popolano, di conseguenza si possono pianificare azioni per riportare nel suolo la giusta sostanza organica.

  • La biofumigazione: grazie al sovescio di piante biocide appositamente selezionate (brassicacee) o l’utilizzo di altri prodotti da esse derivati (pellett, formulazioni liquide), si riesce, non solo a ridurre l’impiego di prodotti chimici nella gestione delle colture, ma anche ad ottenere un incremento della fertilità complessiva del terreno tale da permettere nel tempo un aumento della resa e della qualità merceologica delle produzioni. 
  • Utilizzo di oli essenziali: ad oggi le patologie delle piante vengono gestite mediante l’uso di prodotti di sintesi che nei prossimi anni saranno messi fuori legge dai più recenti accordi internazionali (Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e il New Green Deal europeo). Gli oli essenziali, miscele ottenute per distillazione in corrente di vapore di piante officinali con attività antimicrobica, si pongono come un’alternativa preziosa nel raggiungere obiettivi di sostenibilità e salubrità delle coltivazioni.

  • Adozione di modelli previsionali: un modello riesce a rappresentare attraverso algoritmi ed equazioni matematiche le relazioni tra patogeno, pianta ospite e l’ambiente prevedendo come si determina e si sviluppa nel tempo e/o nello spazio una malattia. Tramite centraline meteo che monitorano i parametri climatici (temperatura dell’aria, umidità relativa, radiazione solare e umidità fogliare) si può prevedere l’evoluzione delle principali malattie delle colture, fornendo indicazioni sul momento più opportuno di intervento.

 Da Novembre 2021 quando le pratiche EcoDif sono state adottate i primi risultati sono più che positivi:

  • la qualità organica del terreno é migliorata,
  • l’adozione del sovescio ha reso gli attacchi delle fitopatologie delle radici meno aggressive,
  • l’utilizzo dei modelli previsionali ha allertato per tempo l’insorgere dell’oidio che è stato tenuto a bada tramite l’uso degli oli essenziali.
  • La produzione non ha risentito delle pratiche messe in atto in termini quantitativi.

I primi risultati raccontati dal gruppo di lavoro del CREA
https://www.ecodif.it/area-download/stati-di-avanzamento-del-progetto

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